Il risarcimento del danno nel penale: come funziona?

Abbiamo trattato il risarcimento del danno nella responsabilità civile e in questa guida ci occupiamo del risarcimento del danno nel penale. Come funziona? Quali sono i danni da risarcire e quali sono le diffrenze con il civile?

Risarcimento del danno nel penale

Il risarcimento del danno è disciplinato nel diritto penale attraverso l’articolo 185 c.p. Ogni reato obbliga alle restituzioni e al risarcimento del danno, patrimoniale o non patrimoniale, che da esso derivi.

Il risarcimento del danno nel penale è inteso come categoria unitaria, comprensiva del defalco e del ristoro di ogni conseguenza del reato.

Che cos’è il risarcimento del danno?

Ma andiamo con ordine: cos’è il risarcimento del danno? Per risarcimento s’intende la riparazione del pregiudizio arrecato alla vittima. Grazie alla corresponsione di una somma di denaro equivalente al danno (risarcimento integrale) o con carattere compensativo.

Le restituzioni, invece, tipiche del penale, consistono nella reintegrazione dello status quo ante al reato. Si declinano nella riconsegna, reale o simbolica, delle cose sottratte in ragione del reato, ovvero nel ripristino materiale della condizione antecedente la sua commissione.

Il danno nella responsabilità civile


L’art. 2043 C.c., norma la responsabilità aquiliana (o extracontrattuale), cioè la responsabilità per violazione del dovere di neminem laedere. Essa norma il risarcimento del danno nella convivenza tra individui della società che non sono legati da obblighi e vincoli contrattuali (in quel caso si parla infatti di responsabilità contrattuale).

Secondo il principio del neminem leadere qualunque fatto, doloso o colposo, che causa ad altri un danno ingiusto obbliga chi l’ha commesso a risarcire il danno (qui trovate tutti gli approfondimenti sul risarcimento del danno nella responsabilità civile).

Il danno civile nell’illecito penale

Ogni reato integra un illecito civile. Non sempre però un illecito penale determina un danno. Per esempio il possesso ingiustificato di chiavi alterate è un reato che non cagiona un danno. Il furto invece è un reato con danno immanente. Al reato infatti segue infatti un pregiudizio civilistico cui conseguono danni senza dubbio patrimoniali e possibili danni non patrimoniali.

E poi ci sono i reati con danno consequenziale, ovvero un danno esterno rispetto al fatto criminoso dal quale deriva solo in via indiretta (perdite patrimoniali).

Il risarcimento del danno patrimoniale e non patrimoniale nel penale

La norma civilistica prevede il risarcimento del danno da reato, sia patrimoniale sia non patrimoniale. Il danneggiato, vittima di un atto ingiusto, ha diritto al risarcimento integrale dei danni.

Cosa si intende per danno patrimoniale e non patrimoniale? Il danno patrimoniale consiste in una qualsiasi diminuzione del patrimonio. Si articola in danno emergente e da lucro cessante.

Il danno non patrimoniale riguarda non il patrimonio ma la persona. Si articola nelle categorie del danno biologico, morale o esistenziale e in qualunque lesione di un interesse costituzionalmente protetto.

Costituzione di parte civile nel processo penale

La sede consona per il risarcimento dei danni patrimoniali e non patrimoniali sarebbe quindi il processo civile. Il danneggiato dal reato e i suoi successori possono però ingerirsi nel procedimento penale a carico del soggetto agente o del responsabile civile. Per evitare infatti fenomeni di dispersione del materiale probatorio, gli articoli 74 e seguenti C.p.p. disciplinano la costituzione di parte civile nel processo penale.

Condotte riparatorie nel procedimento penale

Accanto al risarcimento del danno il diritto penale prevede diverse forme di condotte riparatorie e di restituzione. Infatti se il soggetto agente risarcisce prontamente la vittima, anche a prescindere da ogni accertamento processuale di responsabilità, o in caso di altre attenuazioni, ne può ricavare consistenti sconti o, in certi casi, la sospensione della pena.

L’art.62, comma 6, C.p recita infatti che: chi commette un reato, ma prima del giudizio si adopera a riparare interamente il danno, si vede riconosciuta la circostanza attenuante de qua, con una diminuzione della sanzione comminata fino a un terzo rispetto a quella prevista per il reato base.

La funzione della riparazione penalistica

Ma andiamo con ordine e cerchiamo di capire meglio come funziona la riparazione penalistica e qual è la sua funzione. tale funzione è lungi dall’essere chiara, perché in alcuni istituti riparatori il legislatore non comunica chiaramente il quantum riparatorio.

Secondo la formulazione legislativa vi è una duplice modalità di configurazione dell’attenuante. Da un lato è l’integrale riparazione del danno avvenuta -per restituzione o per risarcimento prima del giudizio. Dall’altro, si riduce la pena a fronte di condotte che si risolvano in spontanee ed efficaci attività del reo, volte a elidere o ad attenuare le conseguenze dannose o pericolose del reato.

Da un lato l’accento va quindi sul lato patrimoniale dell’integralità della riparazione, dall’altro sulla spontaneità dell’attivazione del reo. Secondo la giurisprudenza il primo caso andrebbe riferito ai reati causativi di un danno patrimoniale in senso stretto, mentre il secondo caso afferirebbe ai soli danni a carattere non patrimoniale.

Infatti, per esempio, in caso di copertura assicurativa che ristora la vittima del danno, soprattutto nei casi in cui la copertura è obbligatoria e prevista dalla legge, è revocata in dubbio la possibilità di concedere il beneficio ex art.62, comma 6, C.p. al reo.

La sospensione condizionale della pena

La questione della funzione della riparazione penalistica non è risolta in via definitiva. Manca infatti, come detto più su, una chiara indicazione legislativa.

Questo problema si manifesta particolarmente in rapporto alla sospensione condizionale della pena normata dall’art.163 C.p. La norma prevede che, nel pronunciare sentenza di condanna per un periodo non superiore a due anni, il giudice possa ordinare che l’esecuzione della pena resti sospesa per un tempo pari a cinque anni se la condanna è intervenuta per delitto; due, in caso di contravvenzione.

In combinato disposto con l’art.165 C.p., consente al giudice di subordinare la sospensione all’adempimento dell’obbligo delle restituzioni, ovvero al pagamento di una somma determinata a titolo di risarcimento del danno o provvisionale.

Integralità del risarcimento

Nel dettato dell’art.165 C.p. il legislatore omette però ogni riferimento all’integralità del risarcimento. Il quarto comma dell’art.163 C.p. esplicita una diversa ipotesi di sospensione condizionale della pena (breve), subordinata all’intervenuta riparazione integrale del danno, antecedente la sentenza di primo grado.

Il legislatore utilizza qui il termine “interamente”, alimentando il dubbio che dove non lo utilizzi si riferisca invece a forme e modulazioni diverse dal risarcimento integrale del danno.

Non è chiaro dunque se quindi il danneggiato debba ottenere il danno differenziale attraverso successivo processo civile.

Estinzione del reato

Nel caso dell’estinzione del reato invece la legge è più chiara e indica esplicitamente il quantum riparativo.

Dice che è possibile pagare una somma pari alla terza parte del massimo della pena, oltre alle spese di procedimento, per accedere al beneficio. Laddove le contravvenzioni siano punite con pena alternativa, invece, la concessione dell’oblazione diviene facoltativa per il giudice e comporta il pagamento della metà del massimo della pena comminabile, oltre le spese.

Non è consentito, tuttavia, accedervi, laddove permangano conseguenze dannose o pericolose del reato che siano eliminabili dal contravventore e questi non vi provveda (art.162-bis, comma 3, C.p.).

La querela

La querela è tra gli istituti implicitamente impiegati a sollecitazione della riparazione del danno.

Strumento tipicamente processuale, la querela integra una condizione di procedibilità che dimostra la volontà dell’ordinamento di rimettere alla persona offesa la valutazione d’opportunità della persecuzione penale del reo.

Un tipo di querela, anche detta “querela-selezione”, è un vero e proprio strumento di depenalizzazione. Guarda infatti all’avvenuta riparazione del danno e alla rimozione delle conseguenze del reato come occasione di soddisfazione di esigenze ulteriori. Quali la proporzionalità della pena all’offesa effettivamente realizzata dal reato; nonché il rispetto del principio di materialità e pratici bisogni d’alleggerimento del carico giudiziario.

Lo strumento consente alle parti private di modulare la composizione dei loro interessi al di fuori del procedimento penale, sia prima della sua proposizione che, successivamente, mediante la rimessione.

La vittima potrebbe infatti ritenere soddisfacente ottenere un ristoro privatistico al pregiudizio subìto, rinunciando alla persecuzione giudiziale. In questo caso è la vittima ad accordare il quantum riparativo.

Art. 162-ter C.p

L’art. 162-ter C.p., introdotto dal legislatore nel 2017, prevede una ulteriore causa di estinzione del reato per condotte riparatorie in rapporto ai reati procedibili a querela rimettibile.

Si tratta di uno strumento per mezzo del quale il giudice, sentite le parti e la persona offesa, dichiara l’estinzione del reato se sussistono i presupposti indicati dall’art.162-ter C.p. Tra questi figura l’avvenuta riparazione integrale del danno.

L’atto di costituzione di parte civile

L’atto di costituzione di parte civile è un atto scritto con il quale la vittima di un reato “entra” nel processo penale quale parte dello stesso. Affianca la Pubblica Accusa con la possibilità di domandare un risarcimento economico all’autore del reato, una volta che lo stesso venga eventualmente condannato.

L’unica pretesa punitiva che prenderà corpo e voce durante il dibattimento sarà quella pubblica sostenuta esclusivamente dal Pubblico Ministero.

La vittima del reato potrà (e sarà quasi sempre) sentita come testimone dell’accusa, ma non potrà avanzare istanze (né risarcitorie né di altro genere), non potrà avere voce nel processo attraverso un difensore, non potrà provare (anche per mezzo di testimoni) l’entità del danno subito e, più in generale, coadiuvare fattivamente l’accusa a carico dell’imputato con una partecipazione attiva nel processo.

L’atto correttamente redatto verrà notificato all’imputato e l’iter permetterà alla persona offesa di non essere nel processo un “convitato di pietra” ma una parte attiva, propositiva e depositaria di significativi diritti.